Roma, 20 mar. (askanews) – Gli Usa chiedono aiuto all’Italia per sopperire alla mancanza di uova e la richiesta arriva anche in Veneto, regione che insieme alla Lombardia produce la metà del totale delle uova italiane. L’ultima epidemia di influenza aviaria negli Stati Uniti ha infatti portato all’abbattimento di 20 milioni di galline ovaiole solo nell’ultimo trimestre del 2024. Così anche la disponibilità di uova è diminuita drasticamente, facendole diventare un prodotto sempre più ricercato e raro: in marzo una dozzina di uova è arrivata a costare 8 dollari.
Purtroppo, sottolinea in una nota Confagricoltura Veneto, anche in Italia l’epidemia aviaria è stata pesante e, dall’autunno a oggi, sono state abbattute 4 milioni di galline ovaiole su 41 milioni, concentrate principalmente negli allevamenti in Veneto, Lombardia ed Emilia-Romagna, pari al 10%. “E questo significa che abbiamo perso la stessa percentuale di uova: 1,4 miliardi su 14 miliardi. Quello che rimane – spiega la confederazione agricola – è quasi tutto destinato al consumo nazionale. Ovviamente, data la mancanza di prodotto, il prezzo continua a salire anche in Italia, anche se non ai livelli degli Usa. Gli altri Paesi europei non stanno meglio, dato che l’aviaria ha colpito ovunque”.
“Gli americani sono grandi consumatori di uova e, di conseguenza, la carenza di prodotto li porta a cercarlo in altri Paesi – spiega Michele Barbetta, allevatore di Carceri e presidente del settore avicolo di Confagricoltura Veneto – Sono arrivate molte richieste agli imprenditori agricoli veneti, da Verona a Padova, ma anche noi siamo al limite con la produzione e non possiamo garantire un approvvigionamento”.
Ogni italiano, mediamente, tra prodotto fresco e alimenti trasformati, consuma circa 219 uova all’anno e in Veneto il settore avicolo rappresenta una punta di diamante sul territorio italiano, con una produzione media annua di 2 miliardi di uova. Sono oltre 250 in regione gli allevamenti di galline ovaiole con più di 250 capi.
“Non sarà facile tornare alla produzione di prima – chiarisce Barbetta – L’ultima epidemia ha causato 56 focolai nel Nord Italia, di cui 17 riguardanti galline ovaiole. Le aziende stanno ripartendo, ma la ovaiola ha una programmazione lunga: intanto non c’è molta disponibilità di pulcini, dato che l’aviaria ha colpito anche questa produzione, e comunque per passare dal pulcino alla produzione di uova servono sei mesi. E, se in autunno ripartirà l’epidemia, saremo punto e a capo”.
Da un mese e mezzo non ci sono più focolai di aviaria, ma si sta già lavorando per trovare soluzioni per evitare nuove debacle in futuro. “L’Istituto zooprofilattico delle Venezie ha riunito tre giorni fa tutta la filiera italiana dell’avicolo e le organizzazioni agricole presentando uno studio sulla vaccinazione degli animali – riferisce Barbetta – Per ora farà partire una sperimentazione su 5.000 tacchini, ma sulle galline ovaiole ad oggi si prospetta più difficile farlo, soprattutto negli stabilimenti dove ci sono centinaia di migliaia di volatili”. Per quanto riguarda i risarcimenti, “ad oggi abbiamo ricevuto quelli per l’epidemia aviaria del 2021, ma non abbiamo ancora notizie di quelli dovuti per i danni diretti e indiretti delle epizoozie successive”.