Milano, 31 mar. (askanews) – “I vitigni resistenti è bene che siano piantati ma non devono entrare nelle Doc. Abbiamo lavorato per valorizzare le Denominazioni con le loro diversità, tipicità e caratteristiche, con i resistenti che vengono prodotti ovunque sarebbe una gravissima omologazione, un inquinamento delle Doc”. A dirlo è è il celebre produttore piemontese Angelo Gaja, durante la prolusione che ha aperto ad Alba (Cuneo) l’anno accademico dell’Accademia italiana della vite e del vino (Aivv) al Centro di Ricerca interdipartimentale “Viticoltura e vino” (CONViVi) dell’Università di Torino nella Capitale delle Langhe.
“Con il cambiamento climatico, che preoccupa per la salute del vigneto, c’è da imparare a conviverci. I patogeni, sempre più aggressivi, non li puoi far fuori tutti e allora diventa importante la capacità di adattamento (nel vigneto, in cantina, sul mercato), di introdurre nuove scelte e non pensare che quella sia la scelta definitiva” ha proseguito l’accademico Gaja, spiegando che tra le scelte possibili c’è quella di “piazzare i vigneti in altitudine ma senza estirpare o spostare altrove i boschi che vanno lasciati dove si trovano”. Per quanto riguarda i nuovi cloni, “c’è ancora troppo da aspettare e non c’è tempo, quindi occorre proteggere i vecchi vigneti, quelli che danno la qualità”.
Per Gaja, inoltre, di fronte agli “attacchi” a cui è sottoposto il consumo di vino, è importante cambiare il modo di comunicare. “L’Organizzazione mondiale della Sanità ha detto che l’alcol è veleno in qualsiasi quantità, non solo se ne abusa, e noi siamo fermi, non abbiamo introdotto novità. Dobbiamo renderci conto che combattere contro la ricerca è una battaglia persa e allora dobbiamo rimodulare il nostro messaggio: bere con misura, se sai bere superi i rischi che comporta, consapevoli che tutti gli abusi fanno male e che l’alcol crea dipendenza”. In quest’ottica l’85enne produttore ha aperto ai vini dealcolati: “Ero partito contro, mi sembravano un errore ma adesso non sono contrario, la ricerca metterà meglio a punto il modo di produrli”.
Per quanto riguarda il mercato serve puntare ancora di più sulla qualità e sul valore (“dobbiamo lavorare per passare da 2 a 12 euro a bottiglia anche se calano i consumi”), mentre l’Intelligenza artificiale “stimolerà la creatività e abbiamo bisogno di creatività. Ci sarà il naso artificiale – ha evidenziato Gaja – per la misura dell’acidità, del tannino, della concentrazione ma non dell’eleganza: per quella ci vorrà sempre l’uomo”.
Quello dell’IA è stato uno dei temi principali in discussione ad Alba. Tecniche di IA e di machine learning trovano spazio per le misure e analisi specifiche con la finalità di controllare lo stato chimico-fisico del vino, come valutare la presenza di off-flavour, il livello di solfiti (SO2) o la filtrabilità e aiutano l’enologo nelle decisioni. L’IA è in grado di esaminare una enorme quantità di dati in brevissimo tempo, questa mole di analisi trattate permette la costruzione di modelli sempre più robusti, aumentando quindi la capacità di predire l’evoluzione di fenomeni chimici o biochimici anche in una matrice complessa quale il vino. Per questo viene applicata per predire la qualità, salubrità e per l’autenticazione.
La due giorni di Alba si è aperta con i riconoscimenti degli accademici. Quello di onorario è stato assegnato oltre a Gaja anche a Oscar Farinetti, Ferdinando Frescobaldi, Emilio Pedron e Luca Rigotti. In tutto 48 nuovi accademici hanno fatto ingresso nell’Accademia. “I nuovi Accademici debbono rappresentare nuova linfa” ha detto il presidente Rosario Di Lorenzo, sottolineando che “si apre in una prestigiosa sede universitaria una nuova annata nel segno della ricerca e dell’innovazione nel campo della viticoltura”.